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Terzo settore e servizi per l’impiego

Secondo l’Isfol, nel 2015, le “agenzie” del Terzo settore accreditate per i servizi per l’impiego sono state 78 su un totale di 800 (enti pubblici e privati riconosciuti). Una su dieci, in pratica. L’accreditamento, previsto dal cosiddetto “decreto Biagi” e modificato poi con il “Jobs Act” e con il successivo decreto legislativo 150/2015, è rimasto per molto tempo nel cassetto. Basti pensare che nel 2010, sette anni dopo l’introduzione, lo avevano disciplinato (ma non sempre reso operativo) solo sette regioni: Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo. È stata la volta poi di Piemonte, Puglia, Sardegna (2012), Campania (2013), Calabria, Lazio, Marche, Valle d’Aosta, Molise e Provincia di Trento (2014) e, un anno dopo, la Sicilia. Un’accelerazione favorita dalla necessità di dare attuazione al Programma nazionale Garanzia Giovani. L’Isfol ha disaggregato per il settimanale Vita i dati territoriali sulle compagini del privato sociale che si sono cimentate con questa nuova sfida. Ebbene, al primo posto c’è il Veneto con 21 organizzazioni non profit, seguito da Lombardia (14) e Marche (12). Fanalini di coda la Provincia di Trento, la Sardegna, che per il momento contano soltanto due enti del Terzo settore, e il Lazio con uno.

terzo settore

«Gli enti senza scopo di lucro censiti sono molti di più in realtà perché comprendono anche gli enti di formazione. I 78 indicati sotto la voce “Terzo settore” sono, in particolare, le organizzazioni che operano nell’ambito del sostegno alle fasce deboli e ai soggetti svantaggiati», precisa Guido Baronio, il ricercatore che ha curato l’indagine. Accreditati, altra puntualizzazione necessaria, significa che sono iscritti all’Albo ma non è che siano già attivi sul mercato. «L’ingresso “ufficiale” nel mondo dell’intermediazione ha rappresentato per molti di questi organismi la prosecuzione di un compito svolto da sempre in via ufficiosa – scrive Francesco Dente su vita.it –. Ora, con l’iscrizione all’elenco, possono anche accedere ai fondi e ai progetti per le politiche attive».

terzo settore

«Le cooperative da quando esistono offrono opportunità di lavoro ai propri soci. Occuparsi di lavoro è nel loro DNA. In un momento in cui, peraltro, il concetto di fascia debole si è allargato, sia in termini numerici sia in termini di tipologie di persone interessate, diventa quasi naturale per il privato sociale prendersi carico delle nuove fragilità», fa notare Stefano Radaelli, direttore di “Mestieri Lombardia”, il consorzio di Cgm che si occupa di servizi per il lavoro. L’esperienza e la maggiore sensibilità maturate consentono da un lato di supplire la minore preparazione che gli uffici pubblici hanno nell’approccio con i soggetti deboli, dall’altro di offrire una chance in più ai soci e agli utenti del Terzo settore.

volontariato

«C’è un’utenza più problematica che fa fatica a muoversi nei Centri per l’Impiego. Non sa cosa deve fare. Noi la aiutiamo a stendere un curriculum vitae o a elaborare il bilancio delle competenze. È noto, del resto, pensiamo alle persone tossicodipendenti, che il rischio di ricadute è più alto nel momento in cui il reinserimento sociale non è accompagnato con il reinserimento lavorativo. Oggi abbiano uno strumento in più per farlo», osserva Claudio Cardinali, responsabile dell’area prevenzione e dell’ufficio studi di “Oikos”, associazione di volontariato di Jesi in provincia di Ancona, impegnata da un trentennio nel settore delle dipendenze patologiche, dei minori vittime di maltrattamenti e abusi e delle mamme in difficoltà.

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Tutto bene, dunque? Non proprio. L’accompagnamento al lavoro dei soggetti più bisognosi di sostegno richiede tempo e risorse che oggi scarseggiano. La crisi economica, peraltro, ha ristretto le occasioni di lavoro. Per tutti, svantaggiati e non. «La Regione, per spendere subito i soldi, ha previsto che potessero seguire l’avvio dei tirocini anche i commercialisti. Solo che gli studi commerciali, diversamente da noi, sono in grado di individuare in pochissimo tempo le aziende e fare matching. Chiaramente le chance per le fasce marginali si sono ristrette», chiosa il coordinatore. Stessa musica se ci sposta nel Centro Italia, le Marche. «Non c’è riconoscimento economico per il servizio di tutoraggio che forniamo. Sono lavori che non ti paga nessuno. Quello che facciamo, riusciamo a farlo nelle pieghe della retta pagata per i minori che, però, non prevede l’accompagnamento al lavoro».

terzo settore

Come tirarsi fuori da quest’impasse? Osare. Una strada può essere uscire dal recinto del non profit e proporsi nel mercato dei servizi per l’impiego rivolti non solo all’utenza più debole. Diventare partner delle pubbliche amministrazioni nelle politiche attive per il lavoro. C’è chi questa strada l’ha percorsa. Il consorzio “Mestieri Lombardia”, ad esempio, è coinvolto in due grossi progetti di ricollocazione di 170 persone che hanno perso il lavoro a seguito della chiusura delle raffinerie Ies di Mantova e Tamoil di Cremona. La vera sfida, pare di capire, sarà raccogliere sul mercato libero in cui operano anche le agenzie profit le risorse che servono per ripagare i costi maggiori dell’accompagnamento dei soggetti più fragili sopportati dal non profit. «Passare insomma dalla mutualità interna, quella fra i soci delle cooperative, a quella esterna che si apre all’intera comunità», sintetizza in una battuta Radaelli. [fonte vita.it]