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Lavoratori digitali cercasi

In Europa, dati Ue, ci sono 900.000 posizioni digitali vacanti e Confindustria porta la stima fino a quota 1,5 milioni, mentre i dati di Unioncamere/ministero del Lavoro documentano la presenza di 76.000 posti che restano vuoti per mancanza di candidati qualificati. Perché il buco appena descritto? Perché c’è uno spazio non coperto, e spesso neppure percepito, al centro del triangolo che unisce aziende, giovani lavoratori e istituzioni formative. In particolare: le aziende che vogliono usare meglio internet cercano professionisti qualificati, e fanno fatica a trovarne; i neolaureati neodiplomati cercano lavoro, e spesso fanno fatica a trovarne; le istituzioni e i soggetti formativi che lavorano per ridurre la disoccupazione, e spesso fanno fatica ad aggredirla. Al centro del triangolo c’è spazio per creare lavoro e valore economico.

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Quali sono allora le possibili misure da mettere in campo per ridurre questo gap creare lavoro, e perché no, accompagnare lo sviluppo dei distretti digitali del nostro Paese? Oggi l’economia collegata a internet pesa in Italia per circa il 2% del PIL, contro il 3% della Francia e oltre il 5% in paesi come Regno Unito e Svezia (fonte Boston Consulting Group 2015). A livello di aziende, nel 2015 solo il 7% delle PMI italiane vendeva online, meno della metà rispetto alla media europea (attestata al 16%) e a distanza siderale dai Paesi più evoluti come l’Irlanda, dove effettua vendite digitali il 32% delle organizzazioni private (fonte, Eurostat). Tale differenziale trova riscontro anche nei livelli occupazionali: nel 2011, in rapporto agli occupati totali, il settore dei servizi d’informazione e comunicazione rappresentava in Italia il 2,4% contro un livello europeo attestato intorno al 3% (UE27, 2,9%). Le cifre appena offerte, peraltro, appaiono poco in linea con la presenza in Italia di diverse aziende internet di livello internazionale.

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«Perché sussiste questo gap e perché non lo vediamo? – scrive Giovanni Arata su chefuturo.it – Le cause sono sicuramente molteplici, ma probabilmente più incidenti di altre sono il prevalere di un approccio allo sviluppo digitale schiacciato sulla quantità di fibra stesa, quello per cui a tanti km di fibra ottica corrispondono tanti punti di PIL nuovi; la difficoltà delle PMI a capire come usare internet per modificare/innovare i propri processi e creare valore; il ritardo digitale delle istituzioni formative e politiche preposte a disegnare e orientare la formazione superiore, universitaria e post universitaria. Per colmare il buco digitale, favorendo occupazione e crescita di valore aziendale, è allora necessario agire su più piani».

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Secondo BCG gli ostacoli che si possono frapporre alla creazione di valore attraverso la rete sono di quattro tipi: ostacoli infrastrutturali; ostacoli collegati alla mancanza di manodopera qualificata e capitali; ostacoli collegati alla sicurezza di dati e transazioni; ostacoli collegati alla mancanza di contenuti digitali in lingua. Nel nostro Paese l’accento viene posto con forza sulla rimozione degli ostacoli di natura infrastrutturale – attraverso la posa di banda, la creazione di datacenter, lo sviluppo e l’adattamento di tecnologie – ma manca una sensibilità analoga sul fronte dello sviluppo di manodopera qualificata, necessaria per rimuovere gli ostacoli degli altri tre tipi descritti. Inoltre, a livello di dibattito e scelte formative il focus è posto quasi esclusivamente sulla creazione di pool adeguati d’ingegneri informatici e sviluppatori, senza un’attenzione analoga rispetto alle figure che dovrebbero adattare, tradurre e raccogliere i risultati delle innovazioni dentro le mura aziendali. Le figure che mancano all’appello sono numerose e diverse: analisti di big data, specialisti in e-commerce, specialisti in social media, progettisti di interazione, specialisti in Customer Relationship management, specialisti in ottimizzazione e marketing per i motori di ricerca, tecnici a supporto dei robot.

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La prima e più importante priorità è l’investimento in formazione e alfabetizzazione digitale. Certo a favore degli studenti superiori e universitari ma pure per chi lavora e per le stesse élite (imprenditori, sindacalisti, decisori locali, giornalisti), che ancor oggi mostrano una comprensione molto variabile dell’impatto economico di internet. E a livello formativo ci vuole un investimento più cospicuo anche nella formazione di figure ulteriori rispetto agli ingegneri quali: analisti big data esperti di e-commerce, esperti di CRM, manager social media e simili (si veda per ricognizione completa l’elenco di professioni web-related stilato da IWA).

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«Di seguito un primo elenco – conclude Giovanni Arata su chefuturo.it –, giocoforza parziale e insufficiente, di misure economiche normative e organizzative tese a ridurre il gap descritto sopra: parziale copertura da parte dei soggetti competenti delle indennità di stage in relazione alle figure innovative, (da parte di Stato centrale, Regioni) secondo il modello dei voucher di inserimento o di Garanzia Giovani (che allo stato corrente serve meglio disoccupati e NEET); messa a disposizione di spazi (scrivanie, wifi, sale riunioni), a livello comunale, regionale e superiore, a prezzo calmierato per favorire l’incontro, la permanenza e l’istituzione di relazioni di business e sociali tra i giovani professionisti nei centri economici principali (eesempio: le città capoluogo) e nei centri principali delle aree montane; revisione dei profili inerenti le professioni collegate a internet nei Repertori delle Qualifiche degli assessorati competenti (ex assessorati alla Formazione regionali) a partire ad esempio dal sopracitato elenco IWA; redazione di “identikit” relativi alle professioni emergenti insieme alle aziende del settore; potenziamento degli sgravi fiscali per i giovani professionisti che effettuano spese autoformative (master, corsi specializzazione, seminari formativi); organizzazione di seminari e cicli di seminari dedicati alle professioni digitali e alle opportunità occupazionali a esse collegate; creazione di equipollenze tra gli iter in azienda e gli iter formativi post laurea; Organizzazione di momenti di mentoring tematico (per professioni e per comparto)». [fonte chefuturo.it]